Nuove norme anti-evasione per gli affitti brevi: cosa sono e come si adempiono

Giro di vite da parte del Fisco italiano contro l’evasione delle imposte sugli affitti brevi.

La “tassa Airbnb”, ossia la cedolare secca al 21%, ha prodotto meno di un terzo del gettito previsto dal governo – 44 mln a fronte dei 140 mln ipotizzati dallo Stato – costringendolo a rivedere le regole.

Il fallimento della manovra è lampante: infatti, secondo i dati rilasciati dal Ministero dell’Economia e delle finanze, relativi all’anno 2017, i contribuenti adeguatisi alla normativa sono stati solamente 7.200.

Se l’obiettivo della cedolare secca era quello di far emergere i redditi di chi utilizza le piattaforme di home sharing, la missione è miseramente fallita.

Come abbiamo diffusamente spiegato nei precedenti post, la prima misura attuata per contrastare questo fenomeno, è quella inserita nel “Decreto Crescita” relativa al codice identificativo tramite cui agire legalmente accedendo alla banca dati “Alloggiati web”, in cui registrare le generalità degli inquilini entro le 24 ore successive all’arrivo o il giorno stesso qualora gli ospiti pernottassero soltanto una volta. Inoltre, dopo aver comunicato i dati sul sito alloggiatiweb.poliziadistato.it, è obbligatorio cancellarne tutte le tracce fisiche. Un ulteriore obbligo è quello di conservare per 5 anni la ricevuta di avvenuta registrazione, che è disponibile sul sito soltanto per i 30 giorni successivi, per cui è importantissimo stamparla.

Allo stato attuale delle cose, nella banca dati suddetta risultano circa 200.000 locazioni registrate: poche se consideriamo che soltanto su Airbnb sono presenti quasi 400.000 annunci.

Sono numeri, tuttavia, destinati a crescere in virtù del fatto che chi affitta anche solo per una sola notte senza attenersi alla nuova normativa, rischia una sanzione che da un’ammenda pecuniaria di qualche centinaio di euro sconfina nel penale con una condanna fino a tre mesi di carcere.

Tuttavia la legislazione in materia di turismo varia in base alle diverse normative comunali e regionali, rendendo difficile se non impossibile stabilire un iter da seguire uguale per tutti.

Esistono tuttavia delle regole universali.

La prima di queste è quella di accertarsi che il regolamento condominiale non vieti esplicitamente l’affitto dell’immobile.

Una volta appurato questo aspetto, è necessario distinguere tra locazione turistica classica – tutelata dal codice civile, che però non comprende nessun servizio aggiuntivo al di fuori della sola locazione – e la casa vacanze che risponde a leggi regionali, di cui è possibile riassumere i passaggi principali.

In primis, bisogna effettuare la comunicazione di inizio attività – la famosa SCIA – rilasciando le specifiche richieste da ogni regione: il sito di riferimento è impresaungiorno.gov.it, in cui è possibile scaricare la modulistica necessaria a compilare la SUAP (Sportello unico delle attività produttive), che richiede la firma digitale, acquistabile online o delegando il tutto alle agenzie del settore attraverso una procura firmata. Attraverso la Suap la comunicazione arriva sia alla Regione che al Comune. Non tutti i comuni sono abilitati ad accedere al sito di “Impresa per un giorno”: qualora il vostro non lo fosse, dovrete recarvi fisicamente negli uffici preposti e fare domanda scritta.

Il secondo aspetto di competenza regionale di cui tenere conto, è la comunicazione dei flussi turistici a scopo statistico.

Il terzo punto, davvero molto importante, è quello relativo alla tassa di soggiorno: varia di comune in comune, ma non può superare i 5 euro a notte. Il pagamento al Comune può essere a scadenza mensile o trimestrale.

Infine, si può finalmente procedere alla pubblicazione dell’annuncio, magari sottoscrivendo un’assicurazione che copra host e proprietari.

L’anno successivo si dovrà elencare tutto nella denuncia dei redditi, riportando la lista dei compensi maturati nel precedente anno e bisognerà pagare un F24 – poiché Airbnb non agisce da sostituto d’imposta – versando quindi di persona il 21% di tasse dovute per la cedolare secca.

Basterà questa nuova regolamentazione per limitare l’evasione fiscale nel settore turistico? Lo scopriremo nei prossimi mesi!

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