Tassa Airbnb: spiegazione e chiarimenti

Cari amici property manager, bentornati al nostro consueto appuntamento del venerdì.

Nel corso di questa settimana, abbiamo parlato del rinvio alla Corte Ue, da parte del Consiglio di Stato, riguardo la decisione sulla legittimità o meno della “Tassa Aibnb”.

Se avete letto il post, saprete certamente qual è il nostro punto di vista.

Per questo motivo è bene fare chiarezza, illustrando in maniera dettagliata quanto ha portato a questa decisione dei giudici.

Partiamo con il definire nuovamente cos’è la “Tassa Airbnb”: con questa locuzione, s’intende la normativa italiana – decreto legge 50/2017, articolo 4 – in base alla quale è stata estesa alle locazioni brevi la possibilità di applicare la cedolare secca. Gli intermediari attivi negli affitti brevi sono tenuti a comunicare i dati dei locatori e ad applicare una ritenuta del 21%, pari alla cedolare secca, che quasi sempre i locatori hanno convenienza a scegliere per adempiere i propri doveri fiscali.

L’obiettivo del decreto legge è quello di garantire un flusso di gettito costante all’Erario, contrastando l’evasione fiscale sul nascere: con la ritenuta a carico della piattaforma, per accedere alla maggiore vetrina sul mercato sarà necessario pagare le tasse.

Tale ritenuta a carico degli intermediari è stata applicata a partire dall’autunno del 2017 da tutte le agenzie immobiliari e dagli intermediari fisici.

Non si può dire lo stesso per i portali telematici, che sono rimasti per lo più inadempienti, a partire da Airbnb che, per contro, ha avviato il ricorso in atto nei confronti dell’Agenzia delle Entrate e dello Stato italiano.

La decisione del rinvio alla Corte di giustizia dell’Unione europea segna senza dubbio un punto a favore della piattaforma, poiché non spetterà allo Stato italiano decidere se gli obblighi introdotti a livello nazionale siano compatibili con la normativa comunitaria e se questi andassero comunicati dallo Stato alla Commissione europea prima della loro introduzione. Inoltre, verranno passati sotto la lente anche le possibili violazioni sul mercato interno (2006/123/Ce) e sul commercio elettronico (2000/31/Ce).

La decisione di rimandare alla Commissione europea è stata accolta con soddisfazione da Airbnb, che per bocca del suo nuovo country manager, Giacomo Trovato, contesta la discriminatorietà e la fattibilità tecnica della normativa in questione.

Tuttavia, va sottolineata la disponibilità del portale a condividere i dati in possesso con il dipartimento delle Finanze italiano, sulla scia della cooperazione intrapresa con i Comuni per la riscossione della tassa di soggiorno già in atto.

Di umore diametralmente opposto sono gli albergatori, che commentano con amarezza il rinvio, vivendo con frustrazione quella che da par loro è a tutti gli effetti una concorrenza sleale. A tal proposito, il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, si è espresso così: «Confidiamo che la Corte di giustizia metta fine a questa commedia, che vede Airbnb appigliarsi a ogni cavillo pur di non rispettare le leggi dello Stato. Siamo stanchi di assistere a questa esibizione indecorosa dei colossi del web, che realizzano nel nostro paese utili milionari ma dimenticano di pagare quanto dovuto al fisco italiano, con un comportamento a dir poco opportunistico».

Nell’ottica di un mercato con delle regole precise, uguali ed oneste per tutti, si colloca l’intervento del nostro presidente, Stefano Bettanin, che rivolgendosi a tutte le piattaforme – quindi agli strumenti stessi che i nostri associati adoperano nel loro business – ha affermato:«Il mercato ha tempi molto più rapidi di quelli della giustizia amministrativa. Noi property manager dal 2017 applichiamo queste nuove regole, ma contemporaneamente aderiamo a piattaforme che non si sono adeguate al nuovo regime contabile, come Airbnb ma non solo», invitando Trovato a «fare un passo indietro, ritirare i ricorsi e assumersi la propria responsabilità».

È bene ricordare che noi siamo Property Managers Italia, non l’Agenzia delle Entrate: siamo coloro che le tasse sulle proprietà immobiliari devono pagarle, non riscuoterle. Ma vogliamo farlo, nel rispetto della legge, perché per noi questo equivale a tutelare i nostri associati.

D’altronde, in ogni aula di tribunale, c’è scritto: “La legge è uguale per tutti”.

Che lo sia allora.

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